Nel 2004, a Roma, è uscito il mio libro di racconti “Via degli specchi”.
Nel sito qualcuno avrà letto di ciò; ma soprattutto: la prefazione è stata scritta dalla Presidente della Camera emerita Irene Pivetti.
In effetti fui davvero fortunata.
In quel periodo mi trovavo nella capitale ed ero figurante speciale nel programma “Fa’ la cosa giusta” de la7.
Tale programma fu soppresso per motivi non chiari; ma era ben fatto e cercava di far luce su misteri italiani (e non) piuttosto inquietanti: il caso di Ilaria Alpi, per esempio, o l’attacco alle Torri Gemelle, la discriminazione dei diversabili, il mobbing ed altri casi giudiziari.
In poche parole era un programma intelligente e ben condotto.
Nella primavera del 2004, grazie al suggerimento di un amico musicista (Fabrizio Termignone), portai ad Irene la stesura dei racconti e le chiesi di scrivere la prefazione.
Lei gentilmente li lesse e, per pura stima, dopo poco tempo mi inviò lo scritto che segue.
Ovviamente le sono ancora grata; e le auguro di tornare presto a condurre un programma come quello del 2003-2004.
 
 
Sono racconti agrodolci, quelli di Helena Gray, in cui sentimenti umanamente imperfetti, con la loro bellezza e fragilità, si arrampicano fra le linee più fredde di una narrazione tesa, che non indugia mai in particolari inessenziali, ma fa vivere oggetti, persone, sensazioni solo quando è necessario. Anche l’intreccio
vive di questa duplicità, così che spesso esso nasce dal sovrapporsi di due trame, contemporanee, compresenti, e tuttavia profondamente diverse. Il percorso di un protagonista ti guida attraverso una vicenda che appartiene in realtà alla vita di qualcun altro, ed alla fine del racconto ti accorgi che è di costui in effetti che si è parlato, per tutto il tempo, fino all’ultimo.
Già, la fine. Perché i racconti della Via degli specchi non finiscono affatto. Si interrompono piuttosto, come venisse a cessare il nostro permesso di accesso, la nostra intrusione in una vicenda privata e personalissima, tuttavia non tanto presto da impedirci di cogliere qualche frammento importante di verità, per chi la sa vedere, una lama dai riflessi rapidi ed illuminanti, sorprendenti a volte fra la banalità di momenti qualsiasi.
Storie vere, alcune, frutto della fantasia dell’autrice altre, ma francamente non importa affatto sapere se ci sia o meno un riscontro nella realtà per quelle che sono in effetti narrazioni semplici e insieme profonde lacerazioni dell’anima, la traccia che rimane nella stanza dopo la colluttazione tra vita e morte, fra pazzia e vita, morte e pazzia. Perché è questo triangolo il vero motore, unico, di ogni tensione narrativa, il vero autore delle vicende in cui i personaggi si dibattono, camminano, scappano, si fermano a bere un caffè, ciascuno combattendo con i suoi strumenti l’imprevedibile e scivolosa battaglia della vita.
Perché vivere sorprende a tradimento, e qualche volta non siamo all’altezza di rispondere a tono. Come accade alla casalinga Clelia, che non è né pazza né omicida, ma è solo sedotta per un breve tratto dalla morte, che entra prima nella sua mente e poi prova a prendersi la sua famiglia. Ciò che le accade intorno, inverosimile e normale come un girotondo, è in realtà la sconfitta della morte predona, attraverso le armi deboli della vita e dell’amore.
O la stanchezza senza particolare nobiltà di Ivan, commesso di negozio, con il suo manichino perfettamente immobile e qualunque, che si anima per lui di una vita segreta che nessuno vede, e lui stesso si nega, e che per questo probabilmente non esiste affatto. Ma certo, non potendo morire, non può nemmeno indurre vera pazzia quell’arredo da vetrina, che resta comunque un oggetto inanimato, e tuttavia non privo di memoria, specialmente per i bambini.
I bambini, eccoli che diventano importanti adesso: messi in salvo dalla casa di Clelia, appena visti e non sentiti da Terry, il manichino, sono attesi e persino salvatori per Luca, depresso forse clinicamente, ma per Ilaria, sua moglie, e per noi che leggiamo, colpevole soprattutto di amoreggiare con la morte, e per questo traditore. I figli, che sono forse la vita, ma certamente la quotidianità, lo costringono a restare, con la mente, con il corpo, attaccato alle cose di sempre, amore compreso.
E’ per questo che l’obitorio diventa un luogo familiare, soprattutto un rifugio dove dormire finalmente in pace, spaventevole solo per i sani, che fra i vivi sono coloro che non conoscono gli ammiccamenti della morte. E’ così che Desdemona la pazza terrorizza gli infermieri, solo per aver cercato quel po’ di quiete che Paola, dormendo profondamente, si gode nel suo letto ogni notte.
E infine l’ascensore, la discesa nella bara di un io femminile che scopriremo avere trent’anni e due figli (ancora i figli, ancora i bambini), ma soprattutto la fuga da un inferno troppo da incubo, e da un purgatorio troppo triste, per entrare finalmente senza pensieri su un prato verde che solo i piedi dei veramente piccoli possono calcare.
E così il percorso della mente, incominciato nel primo racconto con un corpo a corpo sul pavimento della cucina, coltello in mano, odio negli occhi, si dissolve nell’ultimo scoprendo la vita oltre la vita , e volando via insieme, con il compagno di ogni giorno, per sempre innamorati. Eccolo, questa specie di lieto fine, un sorriso a metà fra la fatica e la speranza, ma insomma una porta che si apre verso aria più fresca, che vale la pena di saper aspettare.
Questa Via degli specchi di Helena Gray. Una donna lineare e tagliente , una narratrice cruda, a tratti inaspettata. Un libro che è interessante aver letto.
 
                                                                                   Irene Pivetti


 
“Via degli specchi”, 64 pagine, è ancora disponibile.
Costa 6 euro e potete averlo, tramite posta, chiamando il 333/3064821
 
 
 
 

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